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GLORIA ESPOSITO
MARCO PRONELLO
SERGIO PRELATO
PRESENTANOUN ESTRATTO DELLA FIABOLA …….
La Fiabola
Invisibile
Capitolo 2 – Un’auto
d’epoca
Talpa s’incamminò verso la strada e, orientandosi grazie al suo udito
sviluppato che captava i rumori lontani delle automobili, in poco tempo la
raggiunse. Ma percorsi pochi metri sull’asfalto, inciampò in qualcosa di duro e
per poco non cadde.
«Ehi, tu, stai
attento!» si sentì apostrofare. «Credevo di essere l’unico orbo in questo
mondo, ma evidentemente c’è qualcuno che mi batte!».
«Ma io non sono
Orbo, sono Talpa!» precisò Talpa risentito. «E tu perché sei apparso
all’improvviso senza far rumore?».
«Veramente io non
sono apparso: ero già qui, stavo riposandomi e tu mi sei venuto addosso».
«Oh, scusa, Orbo,
non volevo disturbarti. Però… perché ti riposi sulla strada? Non c’è un posto
più comodo?».
«Intanto non mi
chiamo Orbo».
«L’hai detto tu
che sei Orbo. Non ho mai conosciuto un orbo, ma se tu sei addirittura l’unico,
sono felice di averti incontrato…» disse Talpa dubbioso.
«Amico, se può
consolarti, tu sei più orbo di me però almeno hai le zampe e puoi spostarti
dove vuoi. Io, invece, non riesco nemmeno a raggiungere il ciglio della strada
per riposarmi più comodamente su un letto di foglie».
«Come? Non hai le
zampe? Dove abito io tutti le hanno!».
«Beh, sai, io
sono… cioè ero… no, a dire il vero lo sono ancora, ma… insomma, mi chiamo
Fanale».
«Sei un fanale?»
domandò perplesso Talpa.
«Sì, però ormai
solo di nome, perché come fanale non valgo più niente. Devi sapere che io sono
un fanale un po’ particolare: so parlare, pensare e sentire. Facevo parte di
un’automobile d’epoca e non avevo grossi problemi, salvo il fatto che non
riuscivo a comunicare. Provavo a discutere con il mio simile, montato sul lato
opposto, ma lui non si degnava mai di rispondere. E nemmeno il volante, lo
specchietto e le frecce mi davano retta: non c’era un argomento che li
interessasse! Ero circondato da semplici oggetti, accessori d’auto e basta.
Poi, uno sfortunato giorno, al posto di guida si sedette uno strano
personaggio: un uomo molto vecchio, vestito con abiti logori e con
un’espressione inquietante dipinta sul volto. Provocò un incidente e
l’automobile andò a sbattere contro un albero. Il vecchio non si fece male,
mentre io, nell’urto, mi ruppi irrimediabilmente. Prima, infatti, vedevo fino a
chilometri di distanza e ora, purtroppo, vedo solo a pochi metri da me. L’auto
fu trasportata da uno sfasciacarrozze qui vicino, ma un attimo prima che
venisse rottamata, riuscii a staccarmi. Sono intelligente,
non sono un semplice oggetto inanimato e non volevo finire pressato come un
inutile pezzo di metallo. Così adesso vado in giro saltellando in equilibrio
sull’unica molla che mi è rimasta… e, credimi, non è per niente facile».
Talpa raccontò, a
sua volta, la propria storia a Fanale, dopodiché concluse: «Uniamo le nostre
forze! Io devo cercare di liberarmi da quella sorta d’incantesimo che colpisce
la mia tana e tu, magari, puoi trovare qualcuno che ti aggiusti. Facciamo così:
io ti porto sulle spalle, così non fai fatica, e tu mi guidi, così so dove
andare».
E così fecero.
Talpa
e Fanale viaggiarono finché il sole tramontò e sopraggiunse la notte.
Nell’oscurità quasi totale, a un certo punto Fanale notò qualcosa che si
muoveva sopra le loro teste: era un pipistrello che, dopo aver volato in
maniera sconclusionata, andò a sbattere contro un lampione e ruzzolò a terra.
I due gli si
avvicinarono per soccorrerlo e Talpa, con la sua abituale ironia, gli disse:
«Ehi, ratto volante, dove lo hai lasciato il sonar?».
Fanale,
accertatosi che il pipistrello non si fosse fatto troppo male, rincarò la dose:
«Se sei così imbranato, perché non usi un navigatore satellitare?».
Lo sventurato,
dopo essersi ripreso dalla caduta, rispose: «Avete ragione a prendermi in giro!
E’ assurdo che un pipistrello di notte vada a sbattere. Ma, sapete, il fatto è
che io prima ero un folletto… Lo ero sempre stato, fino a quando partecipai con
fate, gnomi e folletti a una delicata riunione astrale nel Buio Antro degli
Elfi. Forse qualcuno mi colpì con un maleficio perché, al termine della
riunione, tornando alla luce mi accorsi di non vedere più e, come se non
bastasse, gli altri mi dissero che mi ero trasformato in un pipistrello. Allora
provai subito a volare e a emettere ultrasuoni, ma dalla mia bocca e dal mio
naso non uscì neanche una vocale. Così un amico elfo, esperto in anatomia
animale, mi visitò e mi informò che nella mia gola non c’era la laringe. Senza
laringe non posso produrre gli ultrasuoni e perciò non posso evitare gli
ostacoli. Io non mi perdo d’animo: vado in giro lo stesso, mi procuro il cibo…
ma ora, a furia di prendere botte qua e là, ho un mal di testa! ».
Fanale gli
domandò: «Hai idea di chi può essere stato l’artefice del maleficio?».
«Purtroppo no. Ricordo solo che, a un certo punto, mi sentii sfiorare
da qualcuno che indossava vestiti stracciati e un ruvido mantello, al quale mi
aggrappai nel tentativo di trattenerlo per capire a chi appartenesse. Quel tipo
non parlò e io non lo vidi perché, come vi ho raccontato, l’Antro degli Elfi
era buio, perciò non scoprii la sua identità. Ma voi… chi siete?».
Talpa e Fanale
narrarono le loro storie al nuovo amico, scusandosi per l’indelicatezza di non
essersi presentati subito.
Poi Talpa gli
chiese: «E tu come ti chiami?».
«Il mio nome era
Folletto Blu, ma ora che non sono più un folletto… boh,
potete chiamarmi semplicemente Pipistrello, come voi vi chiamate semplicemente
Talpa e Fanale».
Capitolo 3 – Possiamo
entrare?
I
nuovi amici Talpa, Fanale e Pipistrello notarono la stupefacente coincidenza
che, in un certo senso, accomunava le loro esperienze: tutti e tre parevano
essere stati vittime di un sortilegio… Così decisero di proseguire insieme il
viaggio alla ricerca di una spiegazione.
Il mattino
seguente, ripresero il cammino: Fanale sulle spalle di Talpa e Pipistrello al
loro seguito che svolazzava rasente il suolo.
Lungo il tragitto,
Pipistrello imparò a perlustrare il terreno e trovare gli ostacoli con il
tatto, così poté mantenere la distanza di sicurezza per non inciampare nelle
zampe di Talpa. Pipistrello perfezionò poi il suo sistema durante la loro prima
sosta munendosi di un ramoscello. Tenendolo in bocca e facendolo roteare
davanti a sé con lievi movimenti della testa, riusciva ad accorgersi della
presenza d’intralci situati in lontananza, là dove le sue zampette non gli
permettevano di arrivare. In questo modo si rese quasi indipendente e fu
persino utile ai due amici per suggerire le direzioni.
A un certo punto,
dopo che ormai avevano camminato e svolazzato per tre giorni e tre notti, il
paesaggio, che fino a quel momento era rimasto identico senza mostrare alcuna
forma di vita che non fosse vegetale, fu bruscamente interrotto da un’imponente
e massiccia barriera che impedì a Talpa, Fanale e Pipistrello di proseguire il
tragitto.
Fu Fanale il primo
a notarla. I tre amici vi si avvicinarono e si accorsero di essere di fronte a
un’enorme e lunga muraglia, o almeno questo fu ciò che Fanale poté intuire da
quel poco che vedeva.
Quello
che Talpa, Fanale e Pipistrello avevano raggiunto era, in realtà, un maestoso
castello. La cinta ottagonale delle mura, robusta e costruita con pietre solide
ma piuttosto segnate dal tempo, era delimitata agli angoli da otto alte torri
merlate e pareva non permettesse alcun accesso alla rocca. Di ciò i tre amici,
sul momento, non si resero conto, ma la misteriosa energia che emanava il
castello lì attrasse come una calamita e li incuriosì non poco. Talpa, Fanale e
Pipistrello vollero, infatti, cercare un ponte levatoio, un varco o un portone
per entrare nel castello e scoprire cosa vi fosse al suo interno. Chissà,
magari proprio quello che desideravano…
Stabilirono di
percorrere l’intero perimetro delle mura fino a trovare un ingresso. Prima di
avviarsi, però, Talpa pensò che poteva essere utile lasciare un segno lì, dove
si trovavano, in modo da avere un punto di riferimento da cui riprendere la via
del ritorno, qualora la ricerca fosse risultata vana. Fanale e Pipistrello
approvarono l’dea saggia dell’amico e così Talpa scavò un piccolo buco nel
terreno, Fanale si accertò che fosse ben visibile e Pipistrello ne testò la
profondità con il bastoncino. Poi partirono.
Durante il
cammino, mentre si rendevano sempre più conto che non vi era possibilità di
oltrepassare quelle mura, rifletterono su chi poteva abitarvi all’interno:
creature che vivevano in un luogo isolato dal resto del mondo e dallo scorrere
del tempo, quindi, forse, immutate nei secoli…
Eppure un modo per
entrare doveva esserci per forza!
Ma, immersi nelle
loro considerazioni, giunsero stremati al punto di partenza, e allora Talpa
suggerì: «Riposiamoci qui: ormai è notte fonda e siamo troppo stanchi.
Domattina escogiteremo un piano per entrare. Secondo me, la chiave di quello
che cerchiamo è nel castello…».