Marco
Pronello
Sergio
Prelato
Colpo
di stato a Ciecagna
Prefazione
di Luca Indemini.

In un mondo privo di slanci ideali,
anche le associazioni dei disabili non sono esenti dai giochi di potere propri della classe
politica di cui ormai, spesso, i loro dirigenti fanno parte a pieno titolo.
In
questo contesto, due non vedenti e um ipovedente decidono di agire in modo drastico verso i
dirigenti delle loro associazioni di categoria che non si adoperano per migliorare la qualità della
vita di chi, come loro d’altronde, è privo della vista, e perseguono il potere fine a sé stesso.
Tutto
questo in chiave ironica e paradossale, in quanto i nostri tre terroristi avranno problemi logistici
e pratici nell’attuazione dei loro piani criminosi. Infatti non è facile delinquere con
limitazioni visive.
Ritroviamo
Fanale, Pipistrello e Talpa, i tre rappresentanti del mondo di Ciecagna già protagonisti in un
altro libro di avventure realmente accadute nel quotidiano. Qui invece siamo nella fantasia… o
quasi.
Il
lettore, oltre a ridere, potrà sicuramente riconoscere i malesseri generali della società del
nostro tempo. Tra un’avventura e l’altra ci sarà lo spazio per varia umanità.
Prefazione.
Per
chi si è già addentrato nei meandri di Ciecagna, grazie alle «Cronache» di Marco Pronello e
Sergio Prelato, sarà un piacere ritrovare Talpa, Fanale e Pipistrello, accompagnati come sempre
nelle loro sconclusionate avventure, dal fedele quadrupede Dharma, il cane guida di Pipistrello.
Le
«Cronache» erano una sorta di docu-fiction sul mondo di Ciecagna e sui «Ciecati», suoi abitanti,
un divertente passe-par-tout per entrare in una realtà poco conosciuta e spesso travisata. «Colpo
di stato a Ciecagna» può essere letto come un romanzo di fanta-politica, che attraverso le
rocambolesche vicende, di quelli che credo a buon diritto possono essere iscritti come i primi
killer ciecati della letteratura, non risparmia critiche pungenti alle classi dirigenziali – di
vedenti e non – che da un certo livello d’altro non si nutrono, che di se stesse. Il «direttore
megagalattico» (per mutuare una classificazione di matrice fantozziana) di Ciecagna, Eternit (mai
soprannome fu più azzeccato: «l’amianto cancerogeno, che se non gli dai noia è un ottimo
isolante e protegge dalle intemperie, ma se provi a scalzarlo semina morte e distruzione»), impiega
tutte le sue forze e il suo potere nel «nobile» intento di mantenere intatti i suoi privilegi e i
benefici che derivano dal suo prestigioso ruolo. In nome dei diritti dei non vedenti, che come lui
stesso subdolamente ripete nei comizi «indegnamente rappresentiamo», applica il credo di
gattopardiana memoria «cambiare tutto, per non cambiare nulla». Certo, bisogna dare l’illusione
di portare avanti gli interessi dei non vedenti, sbandierare qualche battaglia, strappare anche
piccole vittorie, ma soprattutto: «noi dobbiamo mantenere i ciecati in uno stato di bisogno, di
inferiorità, non dobbiamo eliminare gli ostacoli ad una loro piena fruizione del mondo, perché una
volta che questo fosse raggiunto noi cosa faremmo?», ammonisce Eternit. Discorso che peraltro,
potrebbe tranquillamente essere traslato ad altri ruoli dirigenziali, anche e soprattutto fuori dal
Pianeta di Ciecagna. A fronte di speranze frustrate, bisogni insoddisfatti e inaccettabili prese per
i fondelli Fanale, Pipistrello e Talpa decidono di intraprendere un’azione dimostrativa contro il
Gran Consiglio di Ciecagna. Per cercare di portare a termine il loro piano si affideranno alle mani
di Joe Ronfo, malavitoso affetto da narcolessia, e intrecceranno i loro destini con un assistente
killer albino; Frizer, picciotto inaffidabile, appena uscita dalla «Comunità di recupero per
uomini d’onore» e la terribile coppia Erremoscia - Sorrisoperenne.
In
una girandola di eventi surreali, intervallati da tragicomici spaccati di vita quotidiana dei tre
ciecati, si ritrovano l’ironia genuina e la narrazione scanzonata di «Cronache dalla Ciecagna»,
questa volta però messe al servizio di una feroce critica dell’inettitudine e della mancanza di
contatto con la base e con la realtà del Gran Consiglio di Ciecagna (in cui ciascuno può leggere
l’istituzione che preferisce). Tristemente divertenti ed emblematici, nel tratteggiare il profilo
dei burocrati, il lungo discorso tenuto da Eternit (redatto da Sergio e Marco con straordinaria
verosimiglianza) e l’incontro tra Eternit e i presidenti delle tre maggiori associazioni di
ciecati.
Rimane solo una domanda: come verrà preso questo «Colpo di Stato» dal Gran Consiglio di Ciecagna, quello vero? C’è da augurarsi che sappiano leggerlo con la giusta dose di auto-ironia e non con l’atteggiamento miope, che è stato la fonte ispiratrice del libro.
La riunione.
Infatti
pochi mesi prima, nel pieno dell’inverno, quando in città vedi solo andare in giro gli iac
tibetani, c’era stata una riunione tecnica tra tre rappresentanti del Gran Consiglio di Ciecagna,
cioè i tre presidenti delle maggiori associazioni di ciecati, e il sindaco per parlare
dell’installazione dei famigerati semafori sonori.
Fanale
lo aveva saputo per tempo perché la riunione era pubblica e nell’ambiente di ciecagna era stata
molto pubblicizzata, e per curiosità aveva voluto andare ad assistere, senza immaginare dove questa
sua iniziativa apparentemente innocente lo avrebbe portato.
I
tre rappresentanti, alla precisa e diretta domanda del sindaco:
“Dove
volete che installiamo gli apparati?” Cominciarono a battibeccare fra di loro dicendo:
“Tu
non puoi decidere! La tua associazione è composta da quattro gatti!”
Un
altro replicò:
“Tu
ne hai di più, ma sono tutti cani!”
Il
terzo:
“Noi
siamo l’associazione più rappresentativa!”
“Non
è vero! Voi non avete abbastanza retinopatici!”
“E
invece voi avete solo ipovedenti!”
“Non
permettetevi di insultare l’associazione che ho l’onore di presiedere perché è la più antica
e storica e ha fatto tante battaglie per l’emancipazione dei non vedenti!”
Il
sindaco intervenne cercando di alzare la voce sopra il marasma che quei tre stavano creando:
“Signori,
quando avrete finito di litigare su questioni di cortile e vi deciderete ad entrare nel merito con
una posizione comune tornate con una risposta precisa!”
E,
presa la porta, uscì con l’ingegnere e i suoi progetti.
Fanale
lo seguì depresso e uscì dall’edificio, lasciandosi alle spalle gli insulti e le recriminazioni
dei tre che intanto continuavano, come se non avessero sentito le perentorie parole del sindaco. Si
avviò verso la stazione immerso nella nebbia per prendere il treno e raggiungere Luce dagli
suoceri. Imboccò il sottopasso che lo avrebbe portato al binario dove solitamente partiva il locale
che doveva prendere. Seguì per terra una guida tattile che, ne era certo, lo avrebbe condotto
dritto al binario giusto. Questa guida l’aveva fatta installare lui dopo aver protestato
personalmente con le ferrovie per l’inagibilità della stazione, vista l’inettitudine dei
dirigenti della sua associazione di categoria.
Salì
la rampa che lo avrebbe portato al treno riflettendo tristemente che per l’ennesima volta i
rappresentanti democraticamente eletti dai ciecati si erano presi a pesci in faccia anziché
risolvere i problemi di chi li aveva delegati. Immerso nella nebbia continuò a seguire la guida
tattile e un po’ distratto da questi pensieri procedette sulla banchina.
Ad
un certo punto capì che c’era qualcosa che non andava:si rese conto di trovarsi in mezzo ai
binari e in quell’istante sentì il fischio di un treno che stava per sopraggiungere. Realizzò
con sgomento che in realtà erano due i treni che stavano per sopraggiungere e in direzioni opposte.
D’istinto si avvinghiò ad un palo tra i due binari, sperando che non fosse un palo della linea
elettrica, ma si tranquillizzò almeno un po’ quando si rese conto che la sua crapa pelata non era
diventata un superconduttore. Rimase a chiedersi se si soffriva di meno a morire fulminati o
travolti in pieno da un treno che filava ai centocinquanta all'ora. Rabbrividì in tutto il corpo e
la risposta gli si scrisse in braille sulla pelata lucida e allora, per distrarsi e come estremo
desiderio, pensò all’ultima cosa bella che aveva visto prima di morire: un manifesto
superluminoso della stazione che pubblicizzava biancheria intima per signore.
A
quel punto, per circa quindici minuti, passarono a pochi centimetri da lui quattro intercity, tre
pendolini e sei treni merci.
Dopo
un’eternità qualcuno si accorse della posizione… scomoda, diciamo così, del povero Fanale e
alcuni ferrovieri lo soccorsero. Per staccarlo dal palo gli dovettero sparare in vena una pera di
valium per rilassargli i muscoli, ma non bastò. I pompieri allora pensarono di sradicare il palo
dalle fondamenta per poter rimuovere Fanale, ma, mentre stavano iniziando a lavorare con la fiamma
ossidrica, Fanale finalmente svenne e mollò la presa.
Talpa
era beatamente addormentato sopra una guida telefonica, col centralino che suonava a tutto gas e il
registratore che continuava a a far andare in sottofondo la cassetta del libro parlato, quando
dovette riscuotersi per l’ingresso in ufficio del collega del servizio posta.
Cercò
di assumere la faccia più sveglia e intelligente che potè, dissimulando il disagio di essere stato
colto in fallo.
“Muoviti
che dobbiamo uscire!” Gli fece il collega.
“Cazzo
è successo?”
“C’è
un incendio al quarto piano.”
Talpa
scattò in piedi, ora completamente sveglio.
“Fammi
prendere tutto: la giacca, la borsa del canottaggio, il marsupio…”
“No,
lascia tutto lì e andiamo.”
“Ma
sei scemo? La mia roba me la porto via, poi se l’azienda salta in aria non me ne può fottere di
meno…”
Ma
mentre parlava così, Talpa veniva già trascinato fuori dall’iufficio dal collega che era
massiccio come lui.
Fece
solo in tempo a mettersi sulle spalle il marsupio, ma con un movimento repentino e circolare a largo
raggio la cui traiettoria arcuata risultò essere in piena rotta di collisione con gli zebedei del
malcapitato collega.
“Ahia,
porca troia!” Fece questi piegandosi in due mentre Talpa, ben lungi dal sentirsi in colpa, si
sganasciava dalle risate e percorsero entrambi pancia a terra, ma per motivi diversi, tutto il
corridoio fino agli ascensori.
Quando
il collega potè parlare disse:
“Non
c’è nessun incendio: andiamo su dal capo che ci offre un brindisi per Natale.”
“Ah,
vedi che sei un bastardo? Ancora un po’ e ci credevo alla storia dell’incendio. Te la meriti la
botta nelle palle!”
Arrivarono
su dal capo che Talpa aveva visto solo una volta e che, ora come allora, gli aveva dato proprio
l’impressione del classico capo del personale di un’azienda: sembrava un misto tra il capo di
Fantozzi e un magnate dell’alta finanza quando, come quel pomeriggio, lo accoglieva amichevolmente
nel suo ufficio con quell’accento da Milano da bere:
“Prego!
Venga Cicconato! Come sta’ Prego, prego! Vuole un sorso di vino? Dolce o secco?”
“Tutti
amiconi qua in azienda! - Pensava Talpa – Clima molto rilassato, di distensione, poi con il
rinnovo del contratto aziendale ce l’abbiamo avuta in culo più del solito!”
Ma
il richiamo del pandoro con tutto quello zucchero vanigliato che vi nevicava sopra era più forte
dei mugugni e Talpa ne mangiò ben due fette, strafocandosi come un affamato del Biafra e facendosi
tutta la barba bianca, prima che gli squillasse il cellulare.
“Dove
cazzo sei? Non ci sei mai in ufficio!” Urlò Pipistrello dall’altro capo.
“Parla
piano, che sono dal boss!” Sibilò Talpa con un timpano rotto.
“Non
me ne frega niente! Mandalo a cagare e vieni subito, che c’è un’emergenza! Si tratta di
Fanale!”
Questi,
infatti, quando riprese coscienza si trovava in pronto soccorso. Aprendo gli occhi, le prime cose
che vide furono quelle brutte facce di Pipistrello, che gli stava schiacciando la flebo con un
piede, e Talpa che stava sgranocchiando i biscotti che qualcuno gli aveva portato per fargli
riprendere colore, mentre Dharma in un angolo gli stava bevendo tutto il tè, con la flemma
distaccata di una perfetta nobildonna vittoriana e, data l’ora, circa le cinque, questo paragone
le calzava a pennello.
“Con
tutta la gente che poteva venirmi a trovare proprio voi due! – Esclamò. - Comunque, visto che ci
siete, ho deciso di intraprendere una forte ed esemplare azione dimostrativa contro il Gran
Consiglio di Ciecagna. Ancora un po’ ci rimettevo le penne e sono anni che dico di mettere in
sicurezza ‘sta merda di stazione. Quello che mi preoccupa però è che avrò bisogno della vostra
collaborazione!”
E
ciò detto li guardò sconsolato.
Talpa
chiese:
“Ma
che cazzo stai dicendo?”
E
Pipistrello:
“Talpa,
sei sempre il solito panzoritardato! Sono anni che lo dico, solo che con tre figlie è difficile
trovare il tempo.”
Fanale
si tolse la flebo ringhiando:
“Il
tempo per la rivoluzione si trova sempre!”
Poi
firmò le dimissioni e tutti e tre uscirono, trascinandosi dietro Dharma, al grido di “siempre
adelante!”. Il problema era che Fanale era bianco come un cencio e quindi, cantando “El pueblo
unido jamàs sera vencido”, si imbucarono in una piola a tracannare un po’ di grappa della
Groenlandia e cominciarono a pianificare.
Tre
cospiratori… più una.
Ivi
giunti, Dharma si era stravaccata ai piedi del tavolino, tramortita dall’aria insalubre di quella
piola puzzolente, mentre quegli altri tre allucinati cercavano di fare il punto della situazione.
Fanale
stava dicendo:
“Allora
siamo d’accordo. Voi tre mi aiuterete a fare fuori la dirigenza di Ciecagna a dimostrazione che la
base dei ciecati si è stufata della presa per il culo dei suoi vertici.”
Talpa
replicò:
“Ma
avevi parlato solo di un’azione dimostrativa! Non mi sembra il caso di trascendere così! Fare
fuori tre persone… Mi sembra esagerato! Poi vorrebbe dire eliminare anche tutto lo stuolo di
accompagnatori, volontari, portaborse… Insomma sarebbe una strage!”
Ppipistrello
intervenne:
“non
vogliamo mica diventare dei killer! Nel mondo ce ne abbastanza di gente fuori di testa, sarà
sufficiente spaventarli un po’.”
Fanale
disse a malincuore:
“Avevo
usato un eufemismo, speravo che capiste e condivideste. Comunque ok, niente omicidi! Ma li sbatterei
volentieri per strada a provare un po’ di strizza nell’andare in giro da soli senza macchine ed
accompagnatori e rischiare ogni giorno la pelle!”
Pipistrello
fece risoluto:
“sentite,
carbonari dei miei stivali: tempo fa sono riuscito a carpire le password dei tre, così posso
leggere tutte le loro e-mail e sono riuscito anche a entrare nei loro cellulari per ascoltare le
loro telefonate, quindi posso venire a conoscenza in tempo reale delle loro mosse. Quindi li spierò
e vi farò sapere.”
“Ma
e se scoprono di essere spiati?” chiese Talpa.
“Non
potranno scoprirlo, primo perché hanno l’intelligenza di uno staffilococco e poi perché non
sanno quasi neanche cosa sia un computer, figurati se la loro testa da uomini protozoici immagina
l’esistenza delle microspie grandi come una cellula, loro che sono abituati ad avere il volontario
occhio di falco che legge e scrive tutto a loro comando, anche le e-mail!”
Fanale
deciso affermò, aggiornando l’assemblea:
“Allora
siamo intesi: tu intercetta e aggiornaci. Piu che altro sono preoccupato per le nostre mogli se ci
beccano a fare una cosa del genere siamo finiti!”
Tutti
e tre rabbrividirono all’idea e si congedarono.
Dharma
di solito non ascoltava mai tutte le fregnacce che sparavano quei tre tuonati, ma quella sera ascoltò,
e molto bene anche.
Sapeva
già da tempo che da più parti si caldeggiava l’abbattimento di quelle che gli intellettuali e i
politicanti chiamavano pomposamente barriere sensoriali. Erano iniziati incontri e consultazioni tra
le associazioni rappresentanti di Ciecagna e gli amministratori locali per stabilire non il se, che
a quanto pareva sulla carta era già deciso, ma il come.
Aveva
letto sul giornalino della F.N.C.G. (Federazione Nazionale Cani Guida), il sindacato che la vedeva
attivista nelle sue fila, una requisitoria infervorata contro l’abolizione di queste barriere
sensoriali, specificatamente contro l’installazione di semafori sonori agli incroci e contro il
posizionamento nei punti critici di codici tattili sulla pavimentazione dei marciapiedi per guidare
i non vedenti nella direzione desiderata.
L’articolo
spiegava che la logica padronale dell’accessibilità per i non vedenti nascondeva in realtà la
volontà da parte dei bipedi di limitare sensibilmente l’attività dei cani guida per giungere nel
medio-lungo periodo ad una totale eliminazione di questa figura professionale. Con l’introduzione
sulle strade urbane di tali congegni, continuava l’articolo, la figura professionale del cane
guida rischiava di essere svalutata e deprofessionalizzata, riducendo gradualmente il cane guida a
mero cane di compagnia, con gravi perdite economiche e con il rischio di licenziamento in tronco di
molti quadrupedi che, di fatto spogliati della loro veste di guida, si sarebbero potuti vedere
sbattuti in mezzo ad una strada o, nel migliore dei casi, nella gabbia di un canile da padroni che
non avrebbero più visto la necessità di mantenere economicamente un cane di fatto disoccupato e
parassita.
Successivamente
aveva parlato con il Segretario Generale della F.N.C.G., suo vecchio compagno di pisciatine notturne
e rotolamenti nel fango, il quale le aveva detto che, dato il clima di distensione che si voleva
creare con la controparte e in previsione della firma in tempi rapidi del nuovo contratto nazionale,
non era il caso di addivenire ad uno scontro frontale su questioni di arredo urbano, anche perché
c’era in ballo la concessione da parte dei bipedi del permesso per costruire dei vespasiani per
cani nuovi di zecca. Poi se ne sarebbe riparlato, si sarebbe rinegoziato tutto e che non si
preoccupassero Dharma e gli altri iscritti, che i diritti della categoria sarebbero stati salvi.
Ma
quando Fanale aveva partecipato a quella famigerata riunione, Dharma aveva capito che le cose si
stavano per fare sul serio e i tempi avrebbero potuto anche essere molto rapidi e allora comprese
con indignazione che la politica del sindacato era sempre stata filopadronale ed esclusivamente
volta a mantenere lo status quo che invece avrebbe dovuto combattere e superare. Comprese che la
F.N.C.G., alla quale aveva creduto fin’allora, non era che il portavoce presso i cani guida delle
decisioni insindacabili dei bipedi. Lei avrebbe rinunciato volentieri alla sua professionalità per
fare solo il cane da compagnia nutrito e coccolato, di lavorare non glien’era mai fregato più di
tanto. Inoltre era vicina all’età pensionabile e un vitalizio dignitoso lo avrebbe comunque
avuto. Quindi, quella sera stessa, appena rientrò a casa con Pipistrello dalla piola, decise di
rimettere la tessera del sindacato e di darsi all’eversione, entrando nel Gruppo Anarchico e
Combattente Cani Guida e dichiarandosi pronta a lottare al fianco dei suoi padroni con il nome di
battaglia di Bau Ze Tung.